
Benché in Italia sia uscito da poco meno di un anno, ho già visto Hamnet tre volte, le prime due in lingua originale per una più completa fruizione immersiva, e l’ultima col doppiaggio per mettere a punto qualche dettaglio. È una bella storia quella proposta dalla regista Chloé Zhao, direi edificante se non temessi d’apparire paleozoica. Ad Hamnet torno perché, pur trattandosi di ricostruzioni arbitrarie, ammiro Shakespeare sin da quando, adolescente, ne scoprii i primi sonetti e solo qualche tempo dopo buona parte della sua superlativa produzione. Eppure ieri, sfogliando un libro alla ricerca d’altro e dunque “sanza alcun sospetto”, scopro che il Bardo ha avuto un illustre detrattore, ovvero Lev Nikolaevič Tolstoj che senza troppe cerimonie scrisse:
“Il soggetto delle opere teatrali si Shakespeare, quale risulta dalle affermazioni dei suoi massimi ammiratori, è un’infima, volgarissima concezione dell’esistenza che considera la grandezza esteriore dei signori del mondo un genuino merito, che disprezza le folle, vale a dire la classe lavoratrice, che ripudia non soltanto ogni religione, ma anche ogni sforzo umanitario volto al miglioramento dell’ordine esistente. […] Quando si saranno liberati da questo stato di ipnosi, gli uomini capiranno che le opere triviali e immorali di Shakespeare e dei suoi imitatori, volte meramente alla ricreazione e al divertimento degli spettatori, non possono certo rappresentare l’insegnamento della vita e che, siccome in esse non c’è vero dramma religioso, l’insegnamento della vita andrebbe attinto da altre fonti.“
Ora, ad eccezione di addetti ai lavori e accademici, a chi importa tutto questo? A nessuno, ovviamente. Però fa pensare.
“The rarer action is in virtue than in vengeance?”









